SE LE SPESE DEL CONSIGLIERE REGIONALE RISULTANO PRIVE DI GIUSTIFICAZIONE SI CONFIGURA IL REATO DI PECULATO

Nella sentenza n. 16465/2021, la Corte di Cassazione torna ad affrontare il tema dei rimborsi di denaro pubblico da parte dei consiglieri regionali, definendo i limiti tra condotte lecite e integranti la fattispecie di peculato di cui all’art. 314 c.p. Dopo aver ripercorso la giurisprudenza di merito e di legittimità formatasi negli ultimi anni, afferma che “sono legittime e rimborsabili solo quelle spese destinate – secondo le precisazioni definitorie della disciplina normativa e della giurisprudenza di legittimità – alla realizzazione di un fine istituzionale, per essere strumentali a soddisfare la funzione politica e rappresentativa all’esterno del gruppo di appartenenza del singolo consigliere da cui esse sono impiegate e perciò a riscontrare la concreta esistenza di un plausibile collegamento funzionale con il ruolo, i compiti e le finalità di natura pubblicistica facenti capo al gruppo, quale reale beneficiario”.

Inoltre, ha precisato che, ai fini della configurabilità del reato di peculato, deve considerarsi irrilevante “la parziale restituzione effettivamente avvenuta di quanto sottratto […] consumandosi il delitto di peculato nel momento in cui ha luogo l’appropriazione della res o del danaro da parte dell’agente, la quale, anche quando non arreca, per qualsiasi motivo, un danno patrimoniale alla P.A., è comunque lesiva dell’ulteriore interesse tutelato dall’art. 314 cod. pen., che si identifica nella legalità, imparzialità e buon andamento del suo operato”.

Nello specifico, la questione su cui è stata chiamata a pronunciarsi la Suprema Corte ha riguardato il tema relativo al se e in quali limiti l’attività – esterna rispetto alla diretta partecipazione ai lavori dell’assemblea regionale – del singolo consigliere componente del gruppo consiliare debba essere scandita da nessi di collegamento funzionale con la vita e le esigenze del gruppo, nel senso indicato dalla Corte costituzionale e dalla giurisprudenza consolidata. Precisa la Corte che “la questione è quella di definire la portata del vincolo di destinazione impresso ai contributi erogati dall’ente al gruppo e, quindi, i limiti entro cui di quei contributi è possibile fare uso legittimo da parte del singolo consigliere.

Limiti in relazione ai quali divenga possibile tracciare, con criteri compatibili con il principio di determinatezza delle condotte penalmente rilevanti, la pertinenzialità e la congruità dell’avvenuto impiego dei contributi da parte del gruppo (e per esso del suo presidente e dei singoli consiglieri) con riguardo agli scopi e agli obiettivi che di essi contributi costituiscono causa.” Secondo la Suprema Corte, non sono spese legittimamente rimborsabili quelle prive di uno specifico collegamento con il gruppo, cioè non riconducibili a iniziative o attività imputabili al gruppo, bensì giustificate in ragione dell’attività politica della sola persona del consigliere o della remunerazione dovuta ai propri collaboratori, connesse solo alla proiezione esterna del singolo consigliere o del partito di appartenenza – quali la cura del proprio consenso, l’incremento della personale visibilità, le relazioni personali sul territorio, con l’informazione e con gli elettori.

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