COMPETENZA PER TERRITORIO IN CASO DI ASSOCIAZIONE MAFIOSA DELOCALIZZATA

In materia di reati associativi, secondo un consolidato principio espresso dalla giurisprudenza di legittimità, la competenza per territorio si determina in relazione al luogo in cui ha sede la base ove si svolgono programmazione, ideazione e direzione delle attività criminose facenti capo al sodalizio, con l’ulteriore precisazione che assume rilievo non tanto il luogo in cui si è radicato il pactum sceleris, quanto quello in cui si è effettivamente manifestata e realizzata l’operatività della struttura, posto che, in assenza di un riconoscibile profilo strutturale e di una sufficiente connotazione di stabilità, le aggregazioni criminali non esprimono quel disvalore, e quel connotato di pericolosità per l’ordine pubblico, che giustifica, in termini di offensività e tipicità, la punizione prevista dalla legge.
La S.C. ricorda che solo con la creazione di una struttura permanente volta alla commissione di una serie indeterminata di reati l’associazione diviene operativa e si realizza la situazione di pericolo per l’interesse tutelato dalla norma incriminatrice, nascendo il pericolo di lesione dell’interesse penalmente tutelato.
Ne deriva che, di regola, il luogo in cui sorge una struttura che sia in grado di integrare il reato, in quanto dà vita alla situazione antigiuridica prevista dalla norma incriminatrice, coincide con quello in cui sono programmate, ideate e dirette le attività dell’associazione, ovvero nel luogo in cui si esteriorizza l’associazione attraverso l’esecuzione dei delitti programmati, in tal modo manifestandosi e realizzandosi, secondo un criterio di effettività, l’operatività della struttura e quindi della societas sceleris.
Nel caso di specie, l’imputato aveva ideato e pianificato una cellula locale a Roma, solo dopo aver ricevuto l’autorizzazione dalla Provincia. Pertanto, nel territorio romano è stato individuato il luogo in cui il sodalizio materialmente operava, ove si svolgevano le attività dell’associazione di programmazione, ideazione ed esecuzione delle azioni delittuose programmate (reati-fine) ed in cui poi avvenivano le riunioni ed i conferimenti di dote, mantenendosi contatti con le articolazioni radicate in Calabria. In Roma, dunque, si manifestava, secondo un criterio di effettività, l’operatività della struttura e la messa in pericolo del bene protetto.
La S.C. precisa inoltre che le regole attributive della competenza sono caratterizzate dalla necessaria esistenza di un nesso di interdipendenza causale con il luogo ove si è realizzato il fatto di reato, assumendo in primis rilievo il luogo in cui si è verificata la lesione o la messa in pericolo del bene protetto dalla norma incriminatrice. Tale disciplina, che assicura assicura il rispetto del principio del giudice naturale precostituito per legge (art. 25 Cost.) esige, salvo casi eccezionali espressamente tipizzati, un collegamento tra l’ufficio giudiziario ed i fatti penalmente rilevanti che incidono nell’ambito della comunità in cui lo stesso ufficio è istituito.
Con riferimento alle peculiarità del processo penale, la Suprema Corte afferma che il predicato della “naturalità” assume carattere del tutto particolare, in ragione della “fisiologica” allocazione del processo penale nel locus commissi delicti. Riportandosi a quanto affermato dalla Corte costituzionale, la Corte sottolinea che, come tradizionalmente si sostiene, il diritto e la giustizia devono riaffermarsi proprio nel luogo in cui sono stati violati.

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